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THE BOOGIE MACHINE 6 FEBBRAIO
Immaginate di entrare in uno studio di registrazione e trovare un cartello sulla porta con scritto: “Lasciate il vostro ego fuori da qui”. Quel cartello esisteva davvero, lo appese Quincy Jones la notte del 28 gennaio 1985. Quello che accadde nelle ore successive agli A&M Studios di Hollywood non fu solo la registrazione di un brano, ma un miracolo diplomatico e artistico chiamato USA for Africa.
Tutto partì da un’intuizione dell’attivista Harry Belafonte, che voleva fare qualcosa di concreto per combattere la carestia in Etiopia. In breve tempo, riuscì a coinvolgere i pesi massimi dell’industria.
Lionel Richie e Michael Jackson si chiusero in una stanza per scrivere il brano in meno di una settimana. Il risultato fu una ballata semplice, potente e universale, pensata per essere cantata da chiunque, in ogni angolo del pianeta.
Non è mai esistita (e probabilmente non esisterà mai più) una concentrazione di talento simile in una sola stanza. Tra i 45 artisti presenti c’erano:
I pilastri: Stevie Wonder, Ray Charles, Tina Turner.
I ribelli: Bruce Springsteen, Bob Dylan, Cyndi Lauper.
Le stelle: Billy Joel, Diana Ross, Paul Simon.
“Eravamo lì per uno scopo più grande. Non importava chi vendesse più dischi, eravamo solo strumenti per una causa.” — Lionel Richie
La registrazione durò tutta la notte, terminando all’alba. Ecco alcuni “dietro le quinte” diventati leggenda:
Bob Dylan in crisi: Inizialmente Dylan non riusciva a trovare la chiave giusta per la sua parte solista. Fu Stevie Wonder a sedersi al piano e imitare la voce di Dylan per aiutarlo a trovare l’interpretazione perfetta.
I rumori molesti: Cyndi Lauper dovette registrare la sua parte più volte perché le sue numerose collane e braccialetti facevano troppo rumore al microfono durante i suoi movimenti energici.
L’assenza di Prince: Il grande “rivale” di Michael Jackson non si presentò, preferendo inviare un assolo di chitarra (che non fu usato). Al suo posto, la sezione solista fu affidata a Huey Lewis.
Uscito il 7 marzo 1985, il singolo vendette oltre 20 milioni di copie. Ma il dato più importante è un altro: raccolse oltre 63 milioni di dollari dell’epoca per gli aiuti umanitari.
Oggi, a distanza di oltre 40 anni, We Are the World rimane il simbolo di un’epoca in cui la musica credeva davvero di poter guarire il mondo ($Heal\ the\ World$, per citare un altro successo di Michael). Non era solo una canzone, era la dimostrazione che, quando le divergenze vengono messe da parte, la voce collettiva è un’arma di costruzione di massa.
Scritto da: Andrea
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